“E vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro”
Gv 20,1-9

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Sempre mi sono chiesto cosa volesse dire credere nella Risurrezione; ovviamente quella di Gesù, ma anche la nostra, perché sempre mi sono chiesto cosa volesse dire “credere”. Credere non è un fatto naturale, ma una “decisione” che deriva da un “atteggiamento” nei confronti di noi stessi e della realtà che siamo andati sviluppando lungo tutta la vita. Corrisponde a qualcosa di nobile, di… umano. Qualche anno fa lo storico francese Delumau sosteneva che anche per l’uomo contemporaneo valgono due speranze fondamentali: una più personale che consiste nel desiderio di rincontrare chi si è perduto e una più “collettiva” che sta nell’esigenza di una “perfetta e consumata giustizia”. Speranza questa più problematica: di solito, infatti, si vorrebbe che Dio intervenisse subito, schiacciando i delinquenti che sono sempre gli altri. Non è così. Il desiderio di compiuta giustizia è tutt’altra cosa. Non per nulla il grande teologo Guardini ha scritto: “L’uomo chiede, deve chiedere che si chiariscano lati oscuri e falsità; che la possibilità di fare il male si risolva nella vera libertà; che il bene diventi ordinamento della realtà e il male si mostri per quello che è, insensatezza e nulla: l’uomo deve chiedere il giudizio”. Credere nella Risurrezione significa, più che credere, desiderare tutto questo. Confesso che a volte vengo assalito dalla paura del giudizio; non tanto della possibile condanna, quanto di scoprire d’essere ben peggiore di quanto non pensassi. Eppure continuo ad aver bisogno di essere giudicato, perché voglio conoscermi fino in fondo. La vera paura, infatti, non dovrebbe mai riguardare le conseguenze degli errori commessi, ma la nostra persistente cecità. E dovremmo sempre diffidare dell’assolutezza dei diritti individuali e di una “tolleranza” che, di fatto, nasconde una pervasiva forma di indifferenza.

Vorrei terminare con una citazione del premio Nobel della letteratura, lo svedesePär Lagerkvis, la cui intera opera letteraria potrebbe essere paragonata ad un grande, incompiuto viaggio di esplorazione della densa condizione umana. I suoi vagabondi cercatori di Dio portano sempre dentro di sé la nostalgia di una patria mai avuta e l’insopprimibile desiderio di una terra promessa.

In “Pellegrino sul mare”, Lagerkvist intreccia due storie: quella di Tobias, che parte per la Terra Santa imbarcandosi su una nave pirata, e quella di Giovanni, vecchio marinaio che da anni percorre il mare perseguitato dal doloroso ricordo di una passione impossibile. Fin dall’inizio del racconto è presente una domanda cruciale: la Terra Santa esiste? Esistono, cioè, la pace vera e l’amore perfetto?

“Tobias intrecciò le mani sul petto, fissando il cielo sfavillante di stelle. Non ci arrivò mai… mai. Disteso sul ponte, pensava a ciò che vi è di più alto, di più sacro nella vita, cercando di capirne l’essenza. Diceva a se stesso che forse non esiste che come un sogno, che forse non sopporta la realtà, il risveglio. Ma che tuttavia esiste. Che l’amore perfetto esiste e la Terra Santa esiste, ma noi non la possiamo raggiungere. Che forse siamo soltanto pellegrini sul mare. Ma il mare non è tutto, non è possibile che lo sia. Deve esistere una terra oltre le grandi distese deserte e le immense profondità, indifferenti a ogni cosa, una terra che non possiamo raggiungere, ma verso la quale siamo in viaggio, nonostante tutto”.

 

Padre Massimo Casaro