AI PIEDI DELLA CROCE
Lc 22,14 – 23,56

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La sclerocardia (durezza di cuore, ma anche di mente) è uno dei grandi e tenaci nemici dell’uomo. Accettare che Cristo ci aiuti a rompere questo perverso accerchiamento è pura grazia. Lasciamo risuonare in noi le parole del Vangelo di Giovanni: “Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto” e mettiamoci davanti alla croce come il credente sta davanti alla manifestazione del suo Dio. La contemplazione e la meditazione della croce dovrebbero aiutarci a riconoscere quali sono i “sentimenti” della fede che hanno preso dimora stabile in noi. In un passo dell’autobiografia di santa Teresa d’Avila comprendiamo che il primo sentimento è quello della gratitudine. Non è, dunque, una semplice emozione, tanto intensa quanto effimera, ma è un vero e proprio atto cognitivo. Per questo la gratitudine si colloca all’origine della vita cristiana, perché esprime il modo in cui un credente si “posiziona” di fronte al manifestarsi della verità di Dio. In un tempo come il nostro in cui, anche in ambito cristiano, si celebra tanto il culto della propria, insindacabile autonomia, quanto il delirio delle sensazioni soggettive, credo sia necessario analizzare con più attenzione questo, purtroppo misconosciuto, sentimento.

La gioia, però, non dipende dagli accadimenti della vita pratica, ma si dischiude nell’intimo della persona. Inoltre è un’emozione discreta, quasi diafana, incorporea, intima, che può essere gustata anche in solitudine. La felicità, al contrario, dipendendo dagli accadimenti della vita, non è uno stato d’animo permanente, è incompatibile con la sofferenza e si esprime attraverso manifestazioni “entusiaste” che cercano immediatamente un “pubblico” da coinvolgere.

Nella gratitudine gioiosa si stringono in un patto indissolubile la gratuità del dono con la disponibilità a custodirlo, offrendolo. Perché proprio questa è la condizione che permette al dono di esercitare la sua funzione salvifica nella vita umana. Se, infatti, l’uomo lo fa suo, finisce la grazia e subentra la morte.

Un esempio ci può aiutare. Provate a pensare ad un oggetto che vi è stato regalato da una persona cara. Ebbene, finché sarà “per voi” ma non sarà “vostro”, assolverà al suo compito, che è quello di legarvi a qualcuno. È il suo “plusvalore” affettivo a rendervelo prezioso. Ma se un giorno perdesse la capacità di legarvi alla persona amata, cadrebbe immediatamente in vostro potere e voi sareste liberi di usarlo a vostro esclusivo arbitrio. Fuor di metafora, potremmo dire che solo il sentimento della gratitudine, in quanto riconosce il dono originario, ci permette di instaurare con gli altri e con tutte le cose rapporti che siano a “misura d’uomo” perché, più profondamente, sono a “misura di Dio”. Se, infatti, noi ci possediamo e tutto è sempre e solo un diritto, non valiamo niente per nessuno.

Per questo il messaggio della croce può ridare “sostanza” a noi stessi, quindi vigore autentico ai nostri rapporti: ha molto da dire all’uomo di oggi.

 

Padre Massimo Casaro