“Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai”
Lc 13,1-9

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Portare frutto è nel medesimo tempo un dovere e una scelta. Potremmo così commentare la conclusione del brano di Vangelo che leggeremo domenica prossima. Se, infatti, non ci è permesso vivere invano, nemmeno dovremmo volerlo. Perché la vita è un dono e l’essenza di ogni vero dono è chiedere d’essere fatto fruttificare. Ma cosa vuol dire – mi sono chiesto tante e tante volte – non vivere invano? Credo che la risposta si possa sintetizzare in una sola parola: ‘imparare’. Una prospettiva rigidamente etica, che identifica i frutti soprattutto con il retto agire, mi è parsa sempre più riduttiva, alla fine un po’ fasulla, superficiale. Nessuno, infatti, esce dalla vita creditore, ma sempre e solo debitore “graziato”. Se invece guardiamo le cose e noi stessi con un poco più di onestà, come dovrebbero guardarsi le persone mature e i credenti consapevoli, allora la prospettiva cambia. Si arriva, in altre parole, a comprendere che ciò che conta non è non sbagliare mai, l’essere sempre “all’altezza” (cosa peraltro impossibile) ma “approfittare” di ciò che abbiamo vissuto e stiamo vivendo per meglio comprendere, della vita, la sua segreta bellezza. Una breve poesia credo sintetizzi il concetto:

 “Io sono argilla,

 solo argilla.

 A volte indocile,

 rappresa.

 Altre volte sensibile

 al tocco del Vasaio”.

 Qualche tempo fa mi è capitata tra le mani questa interessante riflessione autocritica (le persone veramente intelligenti sono sempre prima di tutto autocritiche) del grande filosofo Norberto Bobbio, che scrive: “I pensieri di una persona anziana tendono a irrigidirsi. A una certa età si stenta a cambiar opinione. Si diventa sempre più ostinati nelle proprie convinzioni, più indifferenti a quelle degli altri. I novatori vengono guardati con sospetto. Sempre più affezionati alle vecchie idee, e nello stesso tempo sempre più indifferenti verso le nuove. L’eccessivo attaccamento alle proprie idee rende più faziosi. Mi rendo conto io stesso che devo guardarmene”. Ovviamente non è solo una ‘malattia’ della vecchiaia che, con l’irrigidimento delle membra, provoca anche quello della mente, ma troppe volte è anche la malattia dei più giovani. Perché l’essere aperti non dipende tanto dall’età, ma da ciò che abbiamo scelto come principio ispiratore della nostra vita. Se il principio siamo solo noi stessi, allora tutto è perduto e la vita si trasforma in un lungo, arido, tormentoso percorso di “guerra”, il cui esito finale è una devastante, definitiva paralisi (una sorta di SLA dell’anima). Fortunatamente il buon Dio ha molta pazienza con noi; ci regala continuamente tutto il tempo necessario. Che può essere di anni, di un giorno o di un solo un istante. Perché è sufficiente, come nel caso del ladrone pentito, afferrare l’estrema occasione che ci stava aspettando fin dall’inizio della nostra avventura umana.

 Padre Massimo Casaro