Presi e lasciati

Ci mancava l’Avvento. Siamo onesti: alzi la mano chi ha voglia, sul serio, di festeggiare il Natale. Non quelli che hanno vissuto l’ennesimo anno in cerca di lavoro o in mobilità e che vedono la fine della crisi ancora molto lontana. Non i tanti amici di Venezia e Matera, che passeranno un Natale colmo di tristezza. Non i rifugiati in attesa di un futuro impossibile, che non sanno andare avanti e non possono più tornare indietro, nei loro paesi rasi al suolo dalla guerra o dalla povertà. Forse nemmeno fra molti preti, intenti a combattere la stanchezza dell’anima, che vedono comunità assottigliarsi, deprimersi, sfaldarsi, litigare. Eppure arriva, l’Avvento. Come uno schiaffo in pieno volto, per ridestare l’attesa, per invogliare il desiderio, per costruire futuro. Per fare nascere ancora e ancora questo Cristo, questo Dio, questo atteso. Sì, è venuto. Ha solcato la Storia. L’ha cambiata. E tornerà, quando saremo pronti, quando capiremo il fine della Storia. Ma chiede ancora di nascere. In ciascuno di noi. In noi che da tanti anni lo accogliamo e che rischiamo di abituarci allo stupore. In chi crede di credere e ancora non ha incontrato il Dio bellissimo di Gesù. Sì, abbiamo bisogno di una scrollata.

Profezie

L’arte della guerra si è fatta precisa e scientifica. E preferiamo forgiare armi, fondendo gli aratri. E deponiamo le falci, per affilare le lance. Dopo anni di odio e di guerra, l’uomo non cambia. Le diversità diventano divisione, le opinioni altrui una minaccia, il modo di vedere le cose un ostacolo. L’altro è avversario, nemico, pericolo. Cosa vede Isaia? Non il futuro, ma interpreta il presente. Accogliere Dio, accogliere il nostro Dio, il Dio di Israele definitivamente manifestatosi in Gesù, vediamo oltre, non dopo. Oltre le nostre divisioni, oltre le nostre piccole battaglie, oltre l’evidenza. È una sfida, certo. Ma “La notte è avanzata, indossiamo le armi della luce”. Più è buio, più splendo della luce del Vangelo.

Come Noè

Capita come ai tempi di Noè. Si tira a campare. Travolti dalla quotidianità, ci spegniamo giorno dopo giorno. Rimpiccioliamo i sogni, li cancelliamo. Il sogno di una vita felice. Di un mondo diverso. Di una Chiesa gioiosa e accogliente. Come Noè guardiamo qualche originale che costruisce l’Arca, commentiamo, postiamo un giudizio sui social, e sprofondiamo nel nulla. Assuefatti dalle piccole soddisfazioni, rassegnati al presente, non ci aspettiamo più niente. Dio viene quando meno ce lo aspettiamo. Quando pensiamo di non averne più bisogno. Viene dove siamo, viene ora, quest’anno, nella concretezza del nostro vissuto. Pronti o sbadati, tristi o allegri, ottimisti o rassegnati. Egli viene per salvarci.

Uno preso, uno lasciato

Gesù avverte. Uno incontra Dio, l’altro no. Uno è riempito, l’altro non si fa trovare. Dio è discreto, modesto, non impone la sua presenza. A noi è chiesto di spalancare il cuore. Viene come un ladro, perché sa che siamo preziosi. Sa che dentro la cassaforte del nostro cuore brilla il diamante del desiderio e dell’amore ancora da scoprire, ancora da donare. Perché solo dalla consapevolezza del nulla scaturisce il desiderio. Vegliamo, dunque, spalanchiamo il cuore, prendiamo consapevolezza. Io cerco di farlo ritagliandomi uno spazio quotidiano alla preghiera, per meditare la Parola. Alcuni tra voi riescono a prendersi una domenica pomeriggio per fare un paio d’ore di silenzio e di preghiera, altri fanno una piccola deviazione andando al lavoro per entrare in una chiesa. Se vissuti bene, aiutano anche i simboli del Natale cristiano: preparare un presepe, addobbare un albero, partecipare alla novena. Facciamo una piccola cosa per non lasciarci travolgere dal diluvio di parole e cose che ognuno vive.

Commento a cura di Cavallo Renato